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Rudolf Steiner

FONDATORE DELL'ANTROPOSOFIA

LA SCIENZA DELLO SPIRITO

Cos'è l'Antroposofia?

«L’antroposofia è una via di conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale nell’essere umano allo spirituale nell’universo. Essa si presenta nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento. Deve trovare la propria giustificazione nel fatto di poter dare appagamento a questo bisogno. Può riconoscere l’antroposofia soltanto colui che vi trova ciò che deve cercare movendo dal proprio animo. Antroposofi possono dunque essere soltanto uomini che sentono certe domande sull’essenza dell’uomo e del mondo come una necessità di vita, come si sente la fame e la sete.


L’antroposofia comunica conoscenze che vengono conquistate per via spirituale. Ma lo fa soltanto perché la vita quotidiana e la scienza fondata sulla percezione sensibile e sull’attività dell’intelletto conducono a un confine del cammino della vita, al quale l’esistenza animica dell’uomo dovrebbe morire se non potesse oltrepassarlo. Questa vita quotidiana e questa scienza non conducono al confine in modo tale che a esso ci si debba fermare: a quel confine della visione sensibile si apre piuttosto, attraverso l’anima umana stessa, lo sguardo nel mondo spirituale.»


O.O. 26, «Massime antroposofiche»

Prima e seconda massima, 17 febbraio 1924

«Per antroposofia intendo un’indagine scientifica del mondo spirituale, che penetra con lo sguardo le unilateralità di una mera conoscenza della natura non meno di quelle della mistica ordinaria, e che, prima di tentare di penetrare nel mondo sovrasensibile, sviluppa anzitutto nell’anima conoscente quelle forze — non ancora attive nella coscienza ordinaria né nella scienza ordinaria — che rendono possibile un simile penetrare. Una simile scienza dello spirito vale, per la filosofia riconosciuta, per lo più come un modo di considerare dilettantesco.»


O.O. 35, nota introduttiva a «Filosofia e antroposofia», dalla conferenza tenuta a Stoccarda nel 1908
 

A parole nostre...

C’è una domanda che a un certo punto bussa da sé, spesso in un’ora qualunque: davanti a un figlio che dorme, al cielo di sera, a un dolore che nessuna spiegazione consola. Steiner la chiama fame, e sete. La tratta con il rispetto che si deve a un bisogno vero. Quello che chiamiamo antroposofia comincia proprio lì, in un punto che ciascuno riconosce da sé, e da lì si apre come un sentiero: si cammina, e camminando lo sguardo si allarga. In chi quella domanda ancora riposa, verrà con la sua ora, e allora queste parole avranno un sapore che oggi ancora non hanno. C’è tempo. C’è sempre tempo.

«L’antroposofia deve appunto essere quella disposizione dello spirito che riconosce come l’anelito a un dischiudersi del sovrasensibile-spirituale percorra con un fremito e un sussulto l’umanità presente; come l’umanità presente, per via della propria educazione scientifica — che vuole diventare popolare in modo del tutto generale e in certa misura lo è già diventata —, non possa più fermarsi alle rappresentazioni di fede tramandate; come debbano venire rappresentazioni conoscitive che tendano anch’esse verso il mondo sovrasensibile; e come l’inquietudine e l’insoddisfazione dell’anima nascano dall’assenza di simili rappresentazioni conoscitive. L’antroposofia vuole servire il presente, per servire nel modo giusto ciò di cui gli uomini, a partire da questo presente, hanno bisogno per l’immediato futuro.

 

[...] Ma forse ha pur mostrato che l’antroposofia non vuole essere qualcosa di unilateralmente teorico, non vuole essere una mera conoscenza, ma può e deve essere un contenuto di vita in tutte le direzioni


O.O. 84, «Che cosa voleva il Goetheanum e che cosa deve essere l’antroposofia?», Basilea, 9 aprile 1923
 

Perché proprio questo nome?

«“Antroposofia” non è affatto un nome nuovo. Quando, un certo numero di anni fa, si trattò di dare un nome alla nostra cosa, mi imbattei in uno che mi era divenuto caro, perché un professore di filosofia di cui avevo seguito le lezioni in gioventù, Robert Zimmermann, aveva intitolato “Antroposofia” la sua opera principale. Era negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo.

 

[...] La nostra scienza stessa ci conduce alla convinzione che entro l’uomo sensibile viva un uomo spirituale, un uomo interiore, in certo modo un secondo uomo. Ora, mentre ciò che l’uomo può sapere del mondo per mezzo dei suoi sensi e dell’intelletto che si attiene all’osservazione sensibile può chiamarsi “antropologia”, ciò che può sapere l’uomo interiore, l’uomo spirituale, deve chiamarsi “antroposofia”. L’antroposofia è dunque il sapere dell’uomo spirituale; e questo sapere non si estende soltanto all’uomo, ma è un sapere di tutto ciò che nel mondo spirituale l’uomo spirituale può percepire, così come l’uomo sensibile percepisce nel mondo il sensibile. E poiché quest’altro uomo, quest’uomo interiore, è l’uomo spirituale, ciò che egli consegue come sapere si può anche chiamare “scienza dello spirito”


O.O. 35, «Che cosa vuole la scienza dello spirito e come viene trattata dai suoi avversari?», 1914

«Si può dire: l’anelito a raggiungere una simile scienza dello spirito è sempre esistito. Oggi la chiamiamo antroposofia — cioè: cerco di giustificare per essa questo nome. Antroposofia, perché l’antropologia considera l’uomo così come lo si considera quando ci si serve soltanto degli organi esteriori dell’uomo. L’antroposofia sorge quando si lascia che l’uomo interiore, ridestato, si rivolga a ciò che l’uomo è. In conferenze precedenti ho citato un’affermazione di Troxler dell’anno 1835, dalla quale si può vedere come una simile antroposofia sia stata desiderata. [...] L’antroposofia, così come qui la si intende, non è davvero qualcosa di arbitrariamente inventato, bensì qualcosa di desiderato e di sperato dai migliori spiriti del diciannovesimo secolo.»


O.O. 65, «Corpo, anima e spirito nel loro sviluppo attraverso nascita e morte», Berlino, 15 aprile 1916
 

A parole nostre...

Antroposofia: una parola lunga, un po’ severa all’apparenza, che custodisce due parole greche antiche e semplici — l’uomo e la saggezza. Steiner la sceglie con delicatezza, quasi chiedendo permesso: dice che cerca di giustificarla, come si fa con un nome preso in prestito da qualcuno che si è amato. Dentro c’è una fiducia che scalda: che in ognuno viva un uomo interiore, più silenzioso e più desto di quello che si affaccia allo specchio la mattina. Le scienze guardano l’uomo da fuori, e fanno bene. Qui si prova a lasciar parlare quello che sta dentro, e ad ascoltarlo con la stessa serietà. Il nome dice questo: la saggezza che l’uomo custodisce, e che può tornare a parlare.

«Nel primo saggio, “Antropologia e antroposofia”, cerco di mostrare, in una breve esposizione, come un’autentica considerazione scientifico-naturale non soltanto non stia in alcuna contraddizione con ciò che io intendo per “antroposofia”, ma come la via scientifico-spirituale di quest’ultima debba essere richiesta dai mezzi conoscitivi della prima come qualcosa di necessario. Deve esistere una scienza dello spirito antroposofica, se le conoscenze antropologiche della scienza della natura vogliono essere ciò che devono pretendere di essere. O le ragioni dell’esistenza di un’antroposofia sono fondate, oppure non si può riconoscere alcun valore di verità nemmeno alle intuizioni scientifico-naturali.»


O.O. 21, «Enigmi dell’anima», dalla prefazione, del 1917
 

«Ma già l’antropologia si conclude nel risultato, fondato dai lati più diversi, che l’uomo, secondo la vera qualità del suo essere come nella sorgente propria della sua coscienza, appartiene a un mondo sovrasensibile. [...] Questa comprensione profonda dell’essere umano eleva ormai l’“antropo-logia”, nel suo risultato finale, ad “antroposofia”.»


Immanuel Hermann Fichte, «Antropologia», 1860, citato da Steiner in O.O. 65, Berlino, 15 aprile 1916

È una religione? Una setta?

«Quando si è penetrati in modo pieno di vita, attraverso l’elemento ideale, nei segreti della natura, si fa questa esperienza: c’è ancora qualcosa che non si consegna al pensiero, e che si può raggiungere soltanto se si trasforma la disposizione ideativa dell’anima in visione artistica. Così sentiva Goethe quando scrisse le frasi citate. E da un simile sentire è stato plasmato il Goetheanum. Chi vede una setta negli uomini che coltivano l’antroposofia, facilmente proietterà anche nelle forme architettoniche del Goetheanum la simbologia di una concezione settaria. Ma l’antroposofia è appunto il contrario di ogni settarismo. Essa tende ovunque, in piena spregiudicatezza, al puramente umano.

 

[...] Al Goetheanum si poteva giungere, attraverso un sentire artistico, alla comprensione che l’antroposofia non è formazione di una setta né fondazione di una religione. In questo stile non si può costruire una chiesa o un tempio.»


O.O. 36, «Il Goetheanum nei suoi dieci anni», II, dalla rivista «Das Goetheanum», 1923

«L’antroposofia non ha nulla a che fare con una qualsiasi formazione settaria. L’antroposofia (Anthropos-Sophia) è ben lontana dal contrapporsi ostilmente a una qualsiasi convinzione religiosa, o addirittura dal voler fondare una nuova religione. Ma l’antroposofia ha la possibilità di mostrare come anche la reale conoscenza dello spirito tenda verso il culmine dello sviluppo religioso, verso il Rappresentante dell’umanità, il Cristo, verso il Dio-Cristo incarnato nel corpo di Gesù di Nazareth; come nella conoscenza dello spirito si abbia bisogno dell’immagine di questo punto centrale di tutta l’evoluzione terrestre, dell’immagine del mistero del Golgota. Attraverso l’antroposofia l’uomo viene senz’altro disposto religiosamente; ma l’antroposofia non è una fondazione di religione.»


O.O. 84, Basilea, 9 aprile 1923

A parole nostre...

Chi arriva qui con prudenza fa bene, e Steiner sarebbe stato il primo a dargli ragione: sulle cose dell’anima la cautela è una forma di rispetto. La sua risposta è serena, e sta in poche parole: qui nessuno chiede di appartenere. L’antroposofia tende al puramente umano, a ciò che in ogni uomo è già di casa, prima di ogni confine e di ogni bandiera. Chi ha una fede la ritrova più profonda; chi non ne ha, trova comunque un’aria respirabile. Nessuna porta si chiude alle spalle di chi entra, nessuna si chiude in faccia a chi decide di andare. Resta l’invito a guardare — e lo sguardo, per vedere davvero, ha bisogno di restare libero.

 

«Basta una pur minima comprensione di questa ricerca per riconoscere che essa, da parte sua, non intende contrapporsi ostilmente ad alcuna confessione religiosa. Poiché non considera sé stessa come una nuova confessione religiosa: è quanto più lontana possibile da ogni sorta di fondazione di religione o di formazione settaria. Vuole essere la schietta, autentica continuatrice della modalità di rappresentazione propria della scienza della natura, così come questa si è incorporata nella vita spirituale dell’umanità all’alba della cultura moderna per opera di Copernico, Keplero, Galileo, Giordano Bruno e altri.

 

Dalla stessa disposizione di pensiero da cui Galileo, Bruno e gli altri consideravano il regno della natura, la scienza dello spirito vuole considerare il regno dello spirito. E come poco la dottrina di Copernico, che la terra si muove, ha recato pregiudizio alla vera religiosità, altrettanto poco può arrecare un qualche pericolo alla vera religiosità la legge — rettamente compresa in senso scientifico-spirituale — che l’anima umana attraversa vite terrene ripetute.»


O.O. 35, «Che cosa vuole la scienza dello spirito e come viene trattata dai suoi avversari?», 1914

Che rapporto ha con la scienza?

«L’antroposofia vuole essere anzitutto una conoscenza del mondo spirituale: una conoscenza del mondo spirituale tale da potersi porre senz’altro a fianco di ciò che oggi possediamo, in modo così grandioso, come scienza della natura. Vuole porsi a fianco di questa scienza della natura tanto per scrupolosità scientifica, quanto per il fatto che chi voglia seriamente non soltanto accogliere l’antroposofia nel proprio animo, ma edificarla, deve prima di tutto essere passato attraverso tutti i metodi rigorosi e seri che la scienza della natura oggi pratica.

 

Per tutto questo l’antroposofia vuole essere il pieno contrario di quello che vi ho riferito essere l’opinione del mondo su di essa. E davvero, di fronte a questi giudizi, non si può che stupirsi di come sia possibile che nell’opinione pubblica si fissino, su una cosa, idee che sono l’esatto contrario di ciò che con quella cosa in realtà si intende.»


O.O. 84, Basilea, 9 aprile 1923

«Non ci si abbandoni però all’illusione che la scienza dello spirito voglia dimostrare le proprie verità a partire dalla scienza della natura. Ciò che va sottolineato è piuttosto che la scienza dello spirito ha la stessa disposizione d’animo della vera scienza della natura. L’antroposofo compie per i campi della vita animica soltanto la stessa cosa che il ricercatore della natura si sforza di raggiungere per ciò che egli può vedere con gli occhi e udire con gli orecchi. Fra un’autentica ricerca della natura e la scienza dello spirito non può sussistere contraddizione.

 

[...] Non è sulla stampella della scienza della natura del presente che l’antroposofia vuole avanzare verso i segreti della vita dello spirito; vuole soltanto dire: “Conoscete le leggi della vita spirituale, e troverete queste alte leggi confermate in forma corrispondente anche quando discenderete nel campo in cui potete vedere con gli occhi e udire con gli orecchi”.»


O.O. 34, «Reincarnazione e karma, rappresentazioni necessarie dal punto di vista della scienza naturale moderna», in «Lucifer-Gnosis», 1903

A parole nostre...

Steiner ha amato la scienza, e le ha chiesto molto, come si chiede molto a ciò in cui si crede. Considerava il rigore una forma di onestà, e voleva che chi si occupa dello spirito lo portasse con sé fin dentro le regioni dove i sensi si fermano: la stessa pazienza, la stessa attenzione, la stessa disciplina del pensiero. Gli tornava in mente Copernico, che chiese agli uomini di fidarsi del pensiero là dove l’occhio si arrestava — e da allora il cielo è diventato più grande. È un invito che riguarda anche noi, oggi: portare l’attenzione un passo più in là, con la stessa cura con cui uno scienziato guarda ciò che ha davanti.

«Questa scienza dello spirito, così come oggi vuole presentarsi, sta pienamente sul terreno della medesima coscienza scientifica, della medesima disposizione scientifica della scienza della natura dei tempi moderni. Ma non può fermarsi a quel pensare che la scienza della natura sviluppa.

 

[...] Il ricercatore può soltanto prendere in certo modo in disciplina il proprio pensare, educandolo al pensare rigoroso della scienza; e se avrà educato sé stesso a non concedersi, nel pensare, null’altro che ciò che può reggere davanti alla disposizione di pensiero delle scienze naturali, avrà creato, come ricercatore della scienza dello spirito, il terreno migliore. Perciò risulta anche che questa scienza dello spirito, nella sua essenza, deve essere paragonata sotto molti aspetti a ciò che è avvenuto con lo slancio del più recente modo di pensare scientifico-naturale.

 

Ho richiamato spesso l’attenzione su come, con la concezione copernicana del mondo, gli uomini abbiano dovuto imparare a ripensare il mondo esteriore; su come ciò che Copernico fece valere dovesse dapprima apparire assurdo agli uomini, perché quanto comunicasse contraddiceva le affermazioni del mondo sensibile. Quando proprio alla scienza dello spirito si obietta che essa contraddice le affermazioni del mondo sensibile esteriore, bisogna richiamare sempre di nuovo l’attenzione sul fatto che proprio l’astronomia, per esempio, ha conquistato per opera di Copernico i suoi grandi progressi per non essere rimasta a ciò che i sensi esteriori mostrano.»


O.O. 66, «Spirito e materia, vita e morte», Berlino, 1° marzo 1917

Bisogna crederci, o si può verificare?

«Benché il libro si occupi di ricerche che l’intelletto legato al mondo dei sensi non può indagare, nulla vi è tuttavia esposto che non possa risultare comprensibile alla ragione spregiudicata e al sano senso di verità di ogni personalità che voglia mettere in opera questi doni dell’uomo. L’autore lo dice senza giri di parole: egli desidera soprattutto lettori che non siano disposti ad accogliere per cieca fede le cose esposte, ma che si adoperino a verificare quanto viene comunicato alla luce delle conoscenze della propria anima e delle esperienze della propria vita. Desidera soprattutto lettori prudenti, che ammettano soltanto ciò che è giustificabile logicamente. L’autore sa che il suo libro non varrebbe nulla se dovesse contare soltanto sulla cieca fede; esso è valido soltanto nella misura in cui può giustificarsi davanti alla ragione spregiudicata. La cieca fede può tanto facilmente scambiare lo sciocco e il superstizioso con il vero.»


O.O. 13, «La scienza occulta nelle sue linee generali», dalla prefazione

«È stato sottolineato più volte che non è neppure necessario possedere noi stessi la chiaroveggenza per comprendere i risultati della ricerca dello spirito, quando ci vengano comunicati da un chiaroveggente. Per indagare i fatti spirituali la chiaroveggenza è certo necessaria; ma una volta che i fatti siano stati indagati, ogni uomo può comprendere, con la propria ragione libera da ogni preconcetto, quanto il ricercatore dello spirito gli comunica. L’intelletto spregiudicato e la sana ragione sono anzitutto il miglior strumento per giudicare ciò che viene comunicato dai mondi spirituali.

 

Chi sta sul terreno della ricerca dello spirito potrà sempre dire: se mai potesse ancora avere paura di qualcosa, l’avrebbe di coloro che accolgono simili comunicazioni senza esaminarle rigorosamente con il proprio intelletto; non di coloro che applicano la propria ragione, non sviata da nulla. È l’uso della ragione a rendere comprensibile tutto ciò che proviene dalla ricerca dello spirito.»


O.O. 58, «L’ascesi e la malattia», Berlino, 11 novembre 1909

A parole nostre...

Qui si aprono alcune delle pagine più liete di tutto Steiner. In apertura del suo libro maggiore scrive di desiderare lettori prudenti, che verifichino ogni cosa alla luce di quanto hanno vissuto e compreso. Il pensiero di ciascuno resta il sovrano: nessuno lo mette da parte, nessuno chiede di consegnarlo. E c’è dell’altro: la sensazione, leggendo, che una cosa risuoni o resti muta è già un giudizio, ed è un giudizio buono. Steiner lo chiama il sano intelletto umano, e gli affida tutto. Si legge dunque come si ascolta un amico che racconta un viaggio: con l’interesse aperto, e con la propria misura sempre in mano.

«Il vero ricercatore dello spirito non parla mai aspettandosi che gli venga incontro una cieca fede. Egli intende sempre soltanto questo: ho vissuto ciò nei campi spirituali dell’esistenza, e racconto di questi miei vissuti.

 

[...] Una giusta intuizione spirituale ridesta, nell’animo non offuscato da pregiudizi, la forza della comprensione. Il sapere inconscio va incontro al fatto spirituale trovato da altri. E questo andare incontro non è cieca fede, bensì il retto operare del sano intelletto umano. In questo sano comprendere si dovrebbe vedere un punto di partenza assai migliore, anche per il conoscere da sé il mondo dello spirito, che non nelle dubbie “immersioni” mistiche e simili, nelle quali si crede spesso di avere qualcosa di meglio di ciò che il sano intelletto umano può riconoscere, quando gli venga presentato da un’autentica ricerca spirituale.»


O.O. 9, «Teosofia»

«Ci sono uomini che credono che con i confini della visione sensibile siano dati anche i confini di ogni intuizione. Se costoro facessero attenzione al modo in cui divengono consapevoli di questi confini, scoprirebbero, anche in questa consapevolezza, le facoltà per oltrepassarli. Il pesce nuota fino al confine dell’acqua e deve tornare indietro, perché gli mancano gli organi fisici per vivere fuori dall’acqua. L’uomo giunge al confine della visione sensibile, e può riconoscere che lungo il cammino fino a lì gli sono venute le forze animiche per vivere, animicamente, nell’elemento che la visione sensibile non abbraccia


O.O. 26, «Massime antroposofiche», terza massima, 17 febbraio 1924

A che cosa serve nella vita?

«L’euritmia come arte è un frutto degli impulsi spirituali che agiscono nel movimento antroposofico. Ciò che nell’organizzazione umana vive come anima e spirito giunge per mezzo di essa a rivelazione percepibile. Il suo effetto sugli spettatori riposa sulla sensazione che nei movimenti esteriormente visibili di uomini e di gruppi di uomini l’anima e lo spirito si dispiegano in visione immediata. Si ha, in certo modo, l’essere animico dell’uomo davanti agli occhi.

 

[…] Poiché l’arte sta nel mezzo, fra le rivelazioni del mondo sensibile e la realtà spirituale. L’antroposofia vuole porre davanti agli uomini il mondo spirituale. L’arte è il riverbero dello spirito nel mondo dei sensi. Se essa non vivesse sul terreno antroposofico, ciò potrebbe derivare soltanto da una mancanza di quel terreno stesso.»

 

O.O. 279, dal «Nachrichtenblatt»

del 22 giugno 1924

«La scienza dello spirito non dev’essere una teoria né insegnare convinzioni: deve agire, intervenire nella vita pratica. Nel produrre vita sana, nel rendere gli uomini sani nel corpo e nello spirito, essa si dimostra non soltanto una verità giusta, ma una verità sana, che deve riversarsi nell’intera vita dell’uomo

 

O.O. 55, «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito», Colonia, 1° dicembre 1906

«Se rinunciamo a noi stessi nella fratellanza, questo rinunciare a sé, questo immergersi nella totalità è un temprarsi, un rafforzarsi dei nostri organi. Quando poi agiamo o parliamo come membri di una simile comunità, in noi non agisce né parla la singola anima, bensì agisce e parla lo spirito della comunità. Questo è il segreto del progresso dell’umanità futura: operare a partire da comunità.

 

[…] La concezione scientifico-spirituale del mondo vuole formare i beni più alti dell’umanità nel senso del principio di fratellanza; e vedete dunque come il movimento mondiale scientifico-spirituale ponga, in tutti i campi, questo principio di fratellanza al posto della lotta per l’esistenza. Una vita di comunità dobbiamo imparare a condurre.

 

[…] Dobbiamo imparare a sostituire la lotta con il lavoro positivo. Cercate di introdurre nella vita ciò che nella vostra esperienza e davanti alla vostra conoscenza si dimostra giusto, di farlo valere senza combattere l’avversario

 

O.O. 54, «Fratellanza e lotta per l’esistenza», Berlino, 23 novembre 1905

«Qualunque cosa abbiate studiato nella vita esteriore, studiate con altrettanta alacrità le leggi del convivere umano! Quando però gli uomini convivono, non convivono soltanto corpi, ma anche anime, spiriti. Perciò soltanto la scienza dello spirito può essere il fondamento di una qualsiasi concezione sociale del mondo.

 

[…] Poiché questo progresso non verrà raggiunto per mezzo di una misura astratta: esso è una somma di ciò che fa la singola anima.»

 

O.O. 54, «Scienza dello spirito e questione sociale», Amburgo, 2 marzo 1908

A parole nostre...

Chi entra in una sala dove si fa euritmia, o si ferma davanti a una parete dipinta a velature, capisce con gli occhi quello che i libri dicono con le parole. È la stessa sorgente, dice Steiner: diventa pensiero quando si studia, forma e colore quando si dipinge, raccoglimento quando si tace insieme. Da lì nascono poi le cose che si toccano — una scuola, un pane, una medicina, un gesto di cura — e da lì nasce anche il modo di stare insieme, perché quando gli uomini vivono accanto sono anime che vivono accanto. Chi ha lavorato a fianco di altri per qualcosa di più grande di sé conosce già quel momento: qualcosa parla in noi che è più di noi.
 

Come si comincia?

«Ogni uomo può acquisire da sé la conoscenza della scienza dello spirito di cui si parla in questo libro. Esposizioni del genere di quelle date in questo scritto forniscono un’immagine di pensiero dei mondi superiori, e sono, in un certo senso, il primo passo verso la visione propria: poiché l’uomo è un essere pensante, e può trovare il proprio sentiero conoscitivo soltanto se muove dal pensare.

 

[...] A chi dunque domanda: come acquisto io stesso le conoscenze superiori della scienza dello spirito? — gli si deve dire: informati anzitutto, attraverso le comunicazioni di altri, di simili conoscenze. E se replica: voglio vedere io stesso, non voglio saper nulla di ciò che altri hanno visto — gli si deve rispondere: proprio nell’appropriarsi delle comunicazioni altrui sta il primo gradino verso la conoscenza propria


O.O. 9, «Teosofia»

«La via verso la scienza occulta può trovarla ogni uomo, nel momento a lui adatto, purché riconosca — o anche soltanto lo supponga o lo presagisca — l’esistenza di un nascosto a partire dal manifesto, e purché, dalla consapevolezza che le forze conoscitive sono capaci di sviluppo, sia spinto al sentimento che il nascosto possa svelarsi a lui.

 

A un uomo che da questi vissuti dell’anima venga condotto alla scienza occulta si apre, per mezzo di essa, non soltanto la prospettiva di trovare risposta a certe domande del proprio impulso conoscitivo, ma anche quell’altra, del tutto diversa, di diventare il superatore di tutto ciò che nella vita ostacola e indebolisce


O.O. 13, «La scienza occulta nelle sue linee generali», capitolo primo

«Una certa disposizione fondamentale dell’anima deve costituire l’inizio. Il ricercatore occulto chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione verso la verità e la conoscenza.

 

[…] La venerazione dapprima infantile verso gli uomini diviene più tardi venerazione verso la verità e la conoscenza. L’esperienza insegna che sanno portare il capo libero proprio quegli uomini che hanno imparato a venerare là dove la venerazione è al suo posto. E al suo posto essa è ovunque scaturisca dalle profondità del cuore.

 

[…] L’iniziato ha conquistato la forza di elevare il capo alle altezze della conoscenza soltanto per aver condotto il proprio cuore nelle profondità della reverenza, della devozione. L’altezza dello spirito può essere scalata soltanto passando per la porta dell’umiltà.

 

[…] Silenziosamente, e inosservato dal mondo esterno, si compie l’ingresso del discepolo sul «sentiero della conoscenza». Nessuno ha bisogno di percepire in lui un mutamento. Egli compie i propri doveri come prima; sbriga i propri affari come prima. La trasformazione avviene unicamente nel lato interiore dell’anima, sottratto all’occhio esterno.»

 

O.O. 10, «L’iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», dal primo capitolo

A parole nostre...

Si comincia con una domanda, che diventa una scelta, soltanto che fra le due c'è un processo che richiede attenzione, devozione, volontà, ma soprattutto una chiarezza di intenti e la sana predisposizione ad incontrare l'altro a qualsiasi livello possibile. Praticando gli esercizi fondamentali, abbinati allo studio, la meditazione, lavori artistici, esplorazioni del mondo, si fa gran parte del lavoro, alla fine però, quando si è davvero pronti, vi è la scelta, che implica una rinascita. "Muori e diventa!" recitava Goethe, il famoso "Memento Mori" che riecheggia da millenni e che in ogni singolo attimo, nel più piccolo respiro, si richiama al presente per essere vissuto. 

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