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La malattia come strumento di "evoluzione" per risanare il proprio Karma

Se abbiamo dinanzi a noi un organismo formato da un’anima che ha portato con sé la tendenza a superare qualcosa, in una direzione o nell’altra, allora tale tendenza porta l’uomo a imprimere dentro di sé la disposizione alla malattia, ma nel contempo anche la possibilità di lottare contro la malattia, poiché la malattia da nessun altro motivo viene provocata, se non da quello di avere la possibilità della guarigione. Subentra quindi una guarigione quando l’uomo in questione, in conformità al suo karma complessivo, mediante il superamento di quella data malattia fa proprie delle forze tali per cui, nella vita che gli resta fino alla morte, può veramente progredire mediante il suo lavoro sul piano fisico.


Questo significa che, se le forze da suscitare sono vigorose al punto che egli, sul piano fisico, può anche conseguire quello per cui la malattia è stata provocata, allora l’uomo continua a lavorare proprio con le forze irrobustite affluitegli dal processo di guarigione, forze che egli precedentemente non possedeva. Se però il suo karma complessivo è tale che egli aveva sì l’intenzione di formare il suo organismo in modo da procacciarsi (col superamento di quella data malattia) le forze che portano al proprio perfezionamento, ma che allo stesso tempo, poiché le cose sono molteplici, per altre ragioni egli dovette lasciar debole il suo organismo, allora può darsi il caso che le forze che l’uomo esplica e applica nel processo di guarigione certamente lo irrobustiscano, ma tuttavia non abbastanza affinché egli sia già all’altezza di lavorare sul piano fisico. Allora quel tanto che egli avrà guadagnato, non essendo impiegabile sul piano fisico, lo adopererà quando sarà passato attraverso la porta della morte e cercherà di aggiungere alle sue forze quanto non potè aggiungervi sul piano fisico, allo scopo di trarre profitto da tali forze nella formazione del prossimo corpo, quando egli nascerà di nuovo.


Tenendo presente tutto questo, ci resta ancora da accennare a che cosa troviamo in quelle forme di malattia che non portano né a una guarigione in piena regola né alla morte, ma passano invece a stati cronici, a una specie di malattia cronica o simili. In questi casi è presente invero qualcosa che, nel senso più ampio, è di grande importanza conoscere per la maggior parte degli uomini. In questi casi è presente il fatto che, mediante il processo di guarigione, è penetrato entro gli involucri corporei umani appunto solo quel che si poteva conseguire, che cioè in un certo senso la malattia è superata, ma tuttavia in un altro senso non è superata; vale a dire che è stato effettivamente ottenuto tutto ciò che, ad esempio, come compensazione doveva essere prodotto tra corpo eterico e corpo fisico, ma che non sono state compensate le disarmonie esistenti fra corpo eterico e corpo astrale. Queste restano indietro, e l’uomo oscilla tra il cercare di guarire e il non riuscirvi.


In casi di questo genere è sempre di un’importanza speciale che l’uomo metta il più possibile a profitto quanto egli ha conseguito di effettiva guarigione; il che non accade quasi mai nella vita. Infatti, proprio nelle malattie che diventano croniche l’uomo si trova a muoversi in un vero e proprio circolo chiuso. Se in un caso simile l’uomo fosse in grado di isolare la parte della sua organizzazione che ha sperimentato in sé una certa guarigione, se per così dire fosse in grado di farla vivere di per sé, separando quanto ancora ribolle e non è in ordine, quanto cioè di solito tende maggiormente verso l’animico interiore, allora l’uomo potrebbe aiutarsi moltissimo. Contro questa possibilità agiscono però gli elementi più diversi, in particular modo il fatto che l’uomo, dopo aver avuto qualche malattia ed esser rimasto in uno stato cronico, vive continuamente sotto l’influsso di questo stato e, se mi è consentito di esprimermi alla buona, non riesce mai in verità a dimenticare completamente il suo stato, non arriva mai completamente a separare da questo stato quel che in lui non è ancora sano, e a trattarlo separatamente; invece, mediante ciò che si può chiamare il continuo pensare all’altra parte della sua organizzazione, egli viene indotto in certo modo a portare nuovamente la sua parte sana in relazione con la parte precedentemente malata, e in tal modo a irritarla ancora una volta. È questo un processo singolare.


Per spiegarlo vorrei mettere in chiaro lo stato di fatto scientifico-spirituale, ossia quel che vede la coscienza chiaroveggente allorché qualcuno ha sopportato una malattia e ne ha serbato qualcosa che si può designare col nome di cronico. Lo stesso avviene, del resto, quando una malattia acuta non si è presentata in modo particolarmente vistoso, quando cioè si instaura qualcosa di cronico senza che sia stato particolarmente osservato nulla di acuto. Allora si può in effetti vedere che, nella maggior parte dei casi, si mette in evidenza un certo stato di equilibrio oscillante tra il corpo eterico e il corpo fisico, un pencolare qua e là di forze quale non dovrebbe esserci, uno stato in cui è pur consentito di vivere.


Con questo oscillare in qua e in là di forze del corpo eterico e del corpo fisico, l’uomo in questione viene continuamente irritato e messo in perduranti stati di eccitazione. La coscienza chiaroveggente li vede continuamente affiorare nel corpo astrale e continuamente spingersi entro la parte mezza malata e mezza sana dell’organismo; in tal caso non si realizza un equilibrio stabile, ma un equilibrio labile. Mediante questo insorgere di stati di eccitazione astrale la condizione dell’uomo, che potrebbe essere altrimenti molto migliore, viene in effetti molto peggiorata. Prego ora di prendere in considerazione che, in questo caso, l’astrale non coincide con la coscienza, ma coincide di preferenza con eccitazioni animiche interiori che però il paziente non vuol riconoscere. Non essendovi in questo caso l’inibizione delle rappresentazioni, per tale ragione queste condizioni e queste emozioni, le commozioni dell’animo, i continui stati di disgusto, l’essere scontento di sé, non sempre agiscono come forze coscienti, ma come forze organizzatrici, come forze vitali che risiedono nella più profonda entità dell’uomo e irritano continuamente la parte mezza sana e mezza malata.


Se ora il paziente in questione, mediante una forte volontà e un lavoro animico, potesse riuscire a dimenticare il suo stato almeno per un certo tempo, ne ricaverebbe una soddisfazione tale che già da questa potrebbe trarre la forza per continuare ulteriormente il processo. Se egli potesse dimenticare il suo stato e astrarsene completamente, se potesse sviluppare la forte volontà per dire a se stesso: “Ora non mi voglio affliggere per il mio stato”, e poi impiegasse le forze animiche, che così riesce a liberare, in contenuto spirituale che lo elevi, che lo sazi interiormente nella sua anima, se egli riuscisse a rendere libere le forze che altrimenti sono sempre impegnate a sperimentare le sensazioni del dolore, dell’oppressione, delle fitte e altro del genere, allora questo gli procurerebbe una grande soddisfazione.


Quando infatti non si sperimentano quelle sensazioni, si liberano appunto delle forze, che diventano disponibili. In verità non giova molto dirsi semplicemente di non voler stare a sentire fitte e morsi, poiché, se le forze che così si liberano non si applicano a qualcosa di spirituale, le condizioni di prima torneranno ben presto. Se però le forze divenute libere si applicano a un contenuto spirituale che occupi completamente l’anima, allora si osserverà che per una via complicata si consegue ciò che altre volte consegue la nostra stessa organizzazione, senza la nostra cooperazione, nel superamento del processo di malattia. È naturale che la persona in questione debba in tal caso badare con cura a non riempire la sua anima proprio in un modo che sia a sua volta direttamente in relazione con la sua malattia. Se qualcuno ad esempio soffre per una debolezza agli occhi e, per non pensare alla debolezza dei suoi occhi, si occupa leggendo molto al fine di accogliere forze spirituali, allora è ovvio che questo non può portarlo allo scopo. Ma non occorre affatto andare a prendere tanto lontano questi piccoli elementi giustificativi.


Ognuno può osservare in se stesso, quando ha una piccola indisposizione, come gli sia utile arrivare a dimenticarsi della propria indisposizione, particolarmente a un dimenticarsi tale che venga provocato da una sua diversa occupazione. Questo è appunto un positivo e sano dimenticare! In questo abbiamo già un’indicazione del fatto che non siamo del tutto impotenti di fronte agli effetti karmici delle nostre mancanze in precedenti vite, quando esse si esprimono in malattie. Allora ci dobbiamo dire: se ammettiamo che quello che nella vita tra nascita e morte soggiace a un giudizio morale, affettivo e intellettuale, in una vita non può andare tanto in profondità da diventare la causa di una malattia organica, ma nel periodo dopo la morte fino alla nuova nascita può immergersi tanto profondamente nell’entità umana da produrre un effetto di malattia, allora dovrebbe essere anche possibile tornare a trasformare di nuovo questo processo in un processo cosciente.


Rudolf Steiner 120 - Le manifestazioni del Karma

Amburgo, 20 Maggio 1910


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