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  • Immagine del redattoreManuel Zagaria

L’Inferno di Dante: una ricerca in chiave scientifico-spirituale

Continua questa nuova sezione del nostro portale, in cui nel blog si troveranno da oggi in poi >> articoli scritti dai collaboratori al progetto. Tali articoli possono avere qualsiasi sapore o dissapore, intenzione o evocazione. Ognuno di noi renderà pubblico ciò che vuole del proprio essere in questo piano di esistenza, e l'Antroposofia non è necessariamente il tema centrale. Vi lasciamo entrare... abbiatene cura.

L’idea di avviare un gruppo di ricerca sull’opera dantesca sorge meno di un anno dopo la ricorrenza dei 700 anni dalla Morte del Vate, secondo la libera iniziativa di alcuni ricercatori accomunati da un anelito di riscoperta in chiave antroposofica della Divina Commedia.


Fin dal principio fu chiaro a tutti i partecipanti che l’esperienza avrebbe dovuto essere diversa da una semplice rilettura accademica o filologica, motivo per cui, partendo dall’ascolto delle letture interpretate da Franco Casarin (professionista dell’Arte della Parola, ndr), ci si è avventurati in una ricapitolazione condivisa dei canti con approccio meditativo-esperienziale.


È stato sorprendente notare come i contenuti, vissuti dapprima come immaginazioni ispirate da una evocativa interpretazione vocale, potessero operare in maniera intuitiva nel periodo di respiro dedicato, solitamente di due settimane, concretizzandosi in sogni, esperienze e personali rivelazioni biografiche.


Nonostante l’opera dantesca si sostanzi al volgere del termine dell’Anima Razionale, gli impulsi iniziatici di cui si compone sono anticipatori dell’Anima Cosciente, in grado quindi di operare nelle anime di ricercatori moderni che siano abbastanza coraggiosi da superare il “velame dei versi strani” e scorgere l’immagine vivente di un viaggio guidato da Beatrice-Sofia alla ri-nascita del Cristo nel cuore dell’uomo.


Si è già detto altrove (https://www.pleroma.uno/post/l-esoterismo-rosacroce-di-dante) dei legami di Dante con la tradizione cataro-templare dei Fedeli D’Amore e come la modalità espressiva di questi ultimi costituisse, oltre che una pregiata espressione artistico-letteraria, un nucleo velato di contenuti a matrice iniziatico-esoterica. Questi impulsi, come fece notare Steiner, se accolti avrebbero cambiato radicalmente la storia europea nei secoli successivi; non sorprende quindi costatare l’evolversi avverso non solo delle vicende del Poeta, ma complessivamente dei gruppi catari e albigesi, nonché dell’ordine templare.


Nel tentativo di giungere ad una comprensione dell’opera in chiave anagogica, con rimando alla Scienza dello Spirito si può notare:


  • L’immagine della selva e delle 3 fiere: è luogo d’inizio del percorso dell’iniziando, che si confronta con la materia prima dell’opera sotto forma di dubbio nel pensare (lonza), odio nel sentire (leone) e paura nel volere (lupa). Ma questa notte oscura dell’anima, in cui inizia l’opera al nero, è anche un’archetipica grotta della natività dalla quale si può nascere una seconda volta se si è in grado di superare in sé stessi la “viltade” e prestare l’orecchio interiore alle guide che ci assistono


  • Virgilio: la guida che ci conduce ad osservare i residui della putrefazione sorti dall’opera al nero e ci invita sempre ad avanzare, senza curarci troppo di cosa lasciamo indietro, né per malinconia né per vanto. È l’angelo custode del nostro Sé Spirituale, che si interpone tra noi stessi e i pericoli dell’avanzare tra i diversi piani di incontro con il Guardiano della Soglia (Caronte, Cerbero, Pluto, Flegias, le Erinni, i Diavoli Malebranche, Gerione, i Giganti), fino ad arrampicarsi con fatica insieme a noi sull’Ombra personale, ribaltando la prospettiva dall’Io al Sé e conducendoci a veder le stelle


  • Beatrice: l’archetipo della Sofia, vera ispiratrice del percorso di individuazione, inviata da 3 donne, ad indicare la sua triplice natura e mossa da amore per il pellegrino al punto da scendere dalle altezze per sollecitarne il viaggio di ritorno. Potrà condurre direttamente il Poeta solo al termine dell’opera di Albedo che si ultimerà in Purgatorio


  • L’inferno: archetipo del luogo ove si svolge l’opera al nero, voluto dalla Somma Sapienza, dalla Divina Potestà e dal Primo Amore. Coincide con la zona sub-lunare e con l’Albero della Morte cabalistico, ove la discesa nelle Qliphoth non è priva d’ordine ma bensì è un rovesciamento speculare delle Sephirot e delle relative gerarchie, che conduce alla massima aberrazione della trinità rovesciata. Le anime si fermano in questa regione, la più bassa del kamaloca, per il tempo necessario alla loro purificazione post-mortem, potendo ravvisare nel concetto di dannazione eterna portato dal Poeta da un lato un necessario adeguamento al dogma cattolico, dall’altro un profetico riferimento alla futura Ottava Sfera, cui potranno liberamente destinarsi coloro i quali avranno rifiutato il Cristo come Io dell’umanità. La geografia infernale, divisa in cerchi in cui sono punite incontinenza, violenza e matta bestialità, richiama le modalità attraverso cui l’Io umano può degradare nelle funzioni di pensare, sentire e volere, rappresentando ogni guardiano l’emblema di questa distorsione.


  • Lucifero e il Male: è noto come il canto XXXIV conduca alla mostruosa figura del Re degli Inferi, che il poeta raffigura e chiama magistralmente con 3 nomi diversi (Dite, Lucifero, Belzebù) ad indicarne la triplice natura, riconducibile alle tre categorie di Spiriti dell’Ostacolo. Questo essere gigantesco, frutto di una metastasi dell’Io, è al contempo un coacervo di superbia (lucifero), congelamento della vita-amore (ahrimane) e auto-distruzione del principio individuativo (asura). Le lacrime versate ci inducono tuttavia a scorgere la sofferenza di questa condizione (lo stesso lago Cocito in cui è confitto significa “pianto”) e la modalità di rendersi scala per l’uscita dalla zona infera conferma che il male è al servizio di un bene più grande e che l’ardua opera umana è quella di redimere l’azione ostacolatrice attraverso una metanoia personale e collettiva dell’ombra.


  • Sempre nella cornice di una rinnovata gnosi cristiana troviamo poi innumerevoli riferimenti numerologici, alchemici e cabalistico-ermetici che costellano l’opera, a riprova della regia celata ma consapevole di un grande iniziato. Qui per brevità ci si limiterà a qualche breve accenno: la dottrina del Veltro come profezia del Cristo Eterico, l’incompiutezza spirituale (saggezza priva dell’amore) degli Spiriti Magni vissuti prima dell’evento del Golgotha, la tecnica del karma nella modalità delle pene sofferte in analogia e contrappasso, la distorsione della aleph (e quindi del verbo-uno-logos) espressa nel famoso “Papé Satan Aleppe”, gli uomini che si avvicenderanno senza-Io quale frutto di una società meccanizzata (immagine degli ingranaggi sul corpo del fraudolento mostro-cavaletta Gerione), etc.


Non sono infine mancati momenti di commozione, ravvisabili nell’evoluzione del rapporto tra Dante e Virgilio, quest’ultimo guida prudente e saggia, severa quando necessario, ma sempre vigile nella protezione del Poeta dai rischi collaterali del cammino, senza mai agirgli in sostituzione nel far fronte alle proprie prove iniziatiche.


Ricordiamo la gentilezza nel far notare come l’anima del viandante fosse “da viltade offesa” al momento del dubbio, la tenerezza nel coprirgli gli occhi di fronte alle crudeli Erinni, gli abbracci di sostegno e protezione nel fuggire dai Diavoli Malebranche e nel cavalcare Gerione, la stretta presa nel superare i Giganti e nello scalare Lucifero. 


In conclusione, chi scrive ci tiene particolarmente a ringraziare i compagni di viaggio in questa discesa infera: Alessandro Del Vecchio, Jacopo Bottani, Enrico Lorenzin, Ida Vana, Laura Forelli, Marco Alessandri e ultimo, ma non per importanza, Franco Casarin e la sua voce, che ha saputo dare immagine, vita e movimento ad ognuno dei 34 canti affrontati; ci siamo permessi di dedicargli un tributo nel video clip che segue:


CLICCA QUI PER IL VIDEO: https://youtu.be/MWYxORdBdtw


Ringrazio infine i lettori, auspicando che un piccolo tentativo come quello raccontato possa ispirare altri aneliti di ricerca attiva nel campo dell’antroposofia vivente. Il processo di ricerca è infatti terapeutico in senso animico-spirituale nel suo semplice svolgersi in maniera libera e disinteressata, in congiunzione a due o più nell’intento di cercare la verità dell’Io Sono.


Da questo punto di vista ogni (nuova) scoperta che possa conseguire è davvero un sovrappiù, saremo felici di condividerle nel prosieguo del viaggio verso Purgatorio e Paradiso. 


Manuel Zagaria

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